Stare bene con la propria madre da adulti è una delle gioie della vita. Non solo: la qualità di tale rapporto si ripercuote a raggio sulle relazioni con i figli, col partner, e investe ambiti anche più ampi di quello familiare. Non stare bene con la mamma è una problematica più diffusa di quel che si crede. Come affrontarla? Vediamolo insieme.
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Ammettere il problema
Riconoscere di non sentirsi bene con la propria madre è il punto di partenza del viaggio verso la soluzione. Abbiamo detto che si tratta di un problema diffuso. Ma non è altrettanto frequente prendersene cura e decidere di far qualcosa per migliorare la situazione. Molti figli e figlie che si sentono a disagio con la mamma ricorrono a strategie per tamponare il malessere, senza venirne a capo. Ecco le situazioni più comuni.
- Prendere le distanze fisicamente: una volta maggiorenni o indipendenti, si va ad abitare altrove, magari anche molto lontano geograficamente. Alcuni si sposano proprio per fuggire da una madre opprimente, e vanno ad abitare in una nuova città, oppure prendono al volo l’occasione di una proposta lavorativa all’estero. Ci si illude così di negare da dove veniamo, si guarda solo al futuro e a ciò che si può costruire da sé. Ma interiormente si sa che qualcosa manca e prima o poi il desiderio di riavvicinarsi alla madre si farà sentire. Nemmeno l’avvicinamento ai suoceri e l’essere accolti nel nuovo contesto familiare del partner può in definitiva colmare il vuoto nel cuore in chi sa di essersi allontanato da mamma per reazione a qualcosa che non è stato risolto.
- Al contrario, si vive appiccicati a lei in una relazione simbiotica. Ci sono figli e figlie che restano in casa ben oltre il compimento della maggiore età. Sono i cosiddetti “mammoni”. Costoro sono vicini a mamma solo apparentemente. In verità, non vi è vicinanza autentica, ma fusione. In altre parole, il figlio o la figlia è adulto solo anagraficamente, ma emotivamente è rimasto fermo all’eta di 2 – 3 anni. Ecco perché non riesce a staccarsi da mamma. Se si distanziasse da lei, non saprebbe chi è, si sentirebbe perso. Se è un maschio, ha rimpiazzato il padre nel ruolo di “maritino”. Se è femmina, è una creaturina servizievole e docile, troppo timida e timorosa per ambire a una famiglia sua ed emancipare la sua energia femminile dal giogo materno. In ambedue i casi, i temi irrisolti rimangono tali e impediscono di prendere la giusta distanza da mamma e di fare la propria vita. Riavvicinarsi alla madre con amore sarebbe possibile solo in seguito ad un allontanamento sano e consapevole, che evidentemente è bloccato.
- Il terzo caso: ci si è formata una famiglia, o si vive per conto proprio come single, e si va a trovare mamma con una certa regolarità o le si telefona. Ma ci si rapporta con lei a livello formale, rimanendo distaccati emotivamente. Ci sono dei binari ben precisi entro i quali gestire la conversazione, ci sono consuetudini, ma il tutto è parte di una routine. Non c’è vera empatia. Anche in questo caso, il desiderio di riavvicinamento vero rimane latente. Visite e telefonate possono diventare un peso, un dovere, a cui non ci si riesce a sottrarre. Oppure si sente in sua compagnia di essere un personaggio diverso da ciò che si è in altri contesti. Molte volte accade che si protragga questo tipo di relazione per convenienza, affibbiando alla mamma compiti vari come stirare, far da mangiare, o curare i nipotini. Altre volte è la mamma che si appoggia ai figli, e la relazione sembra quasi una relazione d’aiuto. Il senso del dovere la fa da padrone e il rapporto è improntato al fare. L’essere è in secondo piano.
Quali atteggiamenti interiori o sistemi di credenze vengono nutriti in queste situazioni? Ecco qualche esempio.
- Si cerca di compiacere mamma per “tenerla buona” o per evitare contrasti
- Ci si illude che, facendo sempre l’opposto di come vorrebbe lei, ci si mette al sicuro, nutrendo l’immagine del figlio ribelle
- Si dà retta alla convinzione che tra genitori e figli e così e che le cose non possono cambiare “Se è sempre stato così, andrà avanti così”
- Si pensa che la mamma è comunque una rompiscatole e ci si illude che ciò sia “naturale” perché tutte le mamme lo sono
- Ci si auto-convince che il rapporto non sia recuperabile
- Si crede che a cambiare dovrebbe essere lei, non se stessi
- Si colpevolizza o si giudica la madre o se stessi, o anche qualche altro membro della famiglia d’origine
Quando queste ed altre strategie non bastano più, si ammette il problema. Ciò è già una prima forma di maturità; è essere disponibili a lavorarci sopra. E’ sentirsi stanchi dei luoghi comuni, dei conflitti e di dover ricorrere a manipolazioni per evitarli. E’ intuire che c’è un’altra possibilità, e che sarebbe bello scoprirla.
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Alla radice
Per quanti tentativi si facciano per migliorare il rapporto con mamma da adulto/a ad adulta, si rimarrà ad un livello superficiale. Non ci sarà appagamento. Magari si riuscirà a limare qualche aspetto del carattere, ad ottenere più considerazione o a trovare qualche punto di incontro. Forse inizialmente ciò potrà sembrare positivo, ma prima o poi si finirà per ricadere negli stessi schemi di sempre. Perché? Se tali sforzi di risolvere la situazione attingendo alle risorse dell’io adulto falliscono, occorre guardarsi dentro e considerare altri fattori che sulle prime sfuggono. Quali sono?
- Di chi è il problema? Il rapporto con la propria madre fa emergere contenuti emotivi, dunque va a toccare il bambino interiore. Dietro al desiderio dell’adulto di migliorare il rapporto con mamma c’è il bisogno del bambino interiore di ottenere da lei quell’amore incondizionato che è mancato nell’infanzia. Il vero problema dunque non è dell’io adulto. Il vero problema è dell’io bambino, è di quella parte inconscia e profonda di cui si diventa coscienti solo con un lavoro si di sé, perché normalmente viene filtrata dagli strati mentali dell’ego, della personalità, a ciò preposti.
- Se il vero problema è dell’io bambino, risale all’infanzia. Non è sufficiente affrontarlo nelle situazioni di oggi e con i comportamenti di oggi. Non è sufficiente affrontarlo con la coscienza dell’io adulto, che si è formata dopo e di conseguenza ai vissuti del bambino, e che quindi è intrisa a sua volta di quei condizionamenti.
- Dunque il problema non è tra l’adulto di oggi e la madre di oggi. Il problema è tra il tuo bambino interiore e la madre di allora. Essi sono diventate nel tempo due personaggi interni a te, due membri della tua famiglia interiore: madre interiore e bambino interiore. Dunque il problema è tra te e te. Va risolto al tuo interno.
Con questa prima indagine, siamo arrivati a capovolgere la prospettiva iniziale. Se sei partito dal pensare di migliorare il rapporto con la mamma esteriore da adulto a adulta oggi, ora forse cominci a esser consapevole della necessità di risolverlo con la mamma interiore dalla prospettiva del bambino interiore, tornando in ciò che è accaduto un tempo, e che è sepolto dentro di te, nel tuo inconscio.
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Rivolgersi a se stessi
Ciascuno di noi porta con sé un bagaglio di vissuti infantili non digeriti, che condizionano la vita da adulto. Sono cose che non possiamo risolvere con l’aiuto della mamma esteriore. Diventati adulti anagraficamente, spetta a noi occuparci di noi stessi e svezzare quel bambino interiore ferito che attende di guarire. La responsabilità è solo nostra.
Abbiamo parlato in altre pagine dei traumi, delle cinque ferite e delle memorie cellulari. Vi rinviamo a consultare tali aree del sito e a leggere alcuni libri ed ebook sul tema per approcciarlo inizialmente da un punto di vista concettuale, prima di passare all’azione e scioglierlo esperienzialmente. Una lettura attenta consentirà di risparmiare tempo, denaro, energie in seguito. E’ importante riferire a se stessi ciò che si legge. Ciò non significa necessariamente ricordare nel dettaglio episodi e dinamiche risalenti all’infanzia, ma almeno collegare i problemi attuali con mamma alla loro origine, che è tutta da scoprire. Forse a questo punto ci si trova a mettere in discussione l’immagine interiore della “famiglia del Mulino Bianco”, dell’infanzia felice. Sono ricordi di copertura, sostenuti da sistemi di credenze tanto errati quanto diffusi. Vediamone alcuni:
Abbiamo parlato in altre pagine dei traumi, delle cinque ferite e delle memorie cellulari. Vi rinviamo a consultare tali aree del sito e a leggere alcuni libri ed ebook sul tema per approcciarlo inizialmente da un punto di vista concettuale, prima di passare all’azione e scioglierlo esperienzialmente. Una lettura attenta consentirà di risparmiare tempo, denaro, energie in seguito. E’ importante riferire a se stessi ciò che si legge. Ciò non significa necessariamente ricordare nel dettaglio episodi e dinamiche risalenti all’infanzia, ma almeno collegare i problemi attuali con mamma alla loro origine, che è tutta da scoprire. Forse a questo punto ci si trova a mettere in discussione l’immagine interiore della “famiglia del Mulino Bianco”, dell’infanzia felice. Sono ricordi di copertura, sostenuti da sistemi di credenze tanto errati quanto diffusi. Vediamone alcuni:
- Credere di appartenere a una bella famiglia e che i problemi siano delle altre famiglie, non della propria
- Credere che le ferite del passato infantile siano cose di cui si devono occupare solo coloro che hanno subito in famiglia violenze serie o perdite gravi
- Credere che i problemi nell’infanzia siano stati tutti col papà. Questo atteggiamento è di chi ha parteggiato fin da piccolo per mamma, forse perché lei stessa lo ha favorito.
- Credere di non aver avuto problemi in infanzia perché si era un “bravo bambino”, approvato in famiglia e ben cresciuto
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Lasciar andare questi strati superficiali è la prima parte del lavoro e può esser fatto anche da soli. E’ la preparazione al lavoro vero e proprio, quello esperienziale, che non possiamo compiere da soli. Occorre il contesto adatto, che ci supporta nel modo giusto ad aprirci al lavoro di trasformazione.
Ecco alcune proposte.
Utili nel caso in cui lo squilibrio nel rapporto con mamma abbia origini sistemiche, nell’irretimento familiare.
In questo seminario intensivo ci si immerge totalmente nelle tematiche in questione, contattando, nel vivo del corpo e delle emozioni, tutta la frustrazione del bambino ferito. Una parte importante del percorso “Guarire le Radici” sono le costellazioni familiari bioenergetiche , che offrono gli strumenti per ripulirsi innanzitutto dalla rabbia, dal rancore, dalla paura, dalle cose mai digerite e mai dette.
Strato dopo strato, si arriva a contattare l’amore trattenuto. Tra noi e nostra madre c’è un amore latente, mai espresso nella sua pienezza, un amore accumulato che non ha trovato la via di fluire ed è rimasto bloccato. Qui si ha finalmente l’opportunità di tornare a sentire quell’amore, che all’inizio fa male perché ci si sente impotenti, piccoli e disperati dinnanzi al bisogno di vicinanza con mamma. Sono i sentimenti che caratterizzano il movimento interrotto, ossia un movimento verso la madre amata, che in tenera età è stato interrotto, per esempio a causa di una momentanea assenza fisica, o a causa di un diniego d’affetto della madre, magari staccata dal proprio corpo e dal sentire. Procedendo passo passo verso di lei, con la forza infusa dal processo, ci si riprende quell’energia, quell’amore incondizionato che è la natura stessa della relazione tra la madre buona e il bambino. Uscendo dal contesto della fusione negativa, andando oltre la paura, possiamo infine completare il movimento di avvicinamento a lei e permetterci di sentire tutto l’amore che torna a fluire e a connettere. Il compimento del movimento verso la persona amata, annulla le conseguenze negative dell’interruzione passata.
“Guarire le Radici” attraverso questi ed altri passaggi fondamentali, che si scoprono facendo il percorso, conduce al riavvicinamento reale tra la madre interiore e il bambino interiore. Questa integrazione è l’inizio di un processo che continua profondamente anche dopo il corso, e giorno dopo giorno pone le basi per una nuova vita, sostenuta da una nuova percezione di se stessi e degli altri.
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GUARIRE LE RADICI
RITIRO INTENSIVO
con Renata e Asimo
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Verso il cambiamento
Una delle conseguenze della pacificazione tra il bambino interiore e la madre interiore è il cambiamento nella relazione con la madre esteriore. Non sarà qualcosa di forzato, ma verrà naturale. Ci porremo dinnanzi a lei non più come bambini bisognosi, ma come adulti a tutti gli effetti. Non pretenderemo più da lei ciò che non fu in grado di darci quando eravamo piccoli, ma condivideremo con lei quelli che siamo diventati anche grazie a qualche incidente di percorso, che ha contribuito a rafforzarci e a renderci quelli che siamo. La mamma si rilasserà in questo e in modo silenzioso col tempo forse cambierà il suo atteggiamento verso di noi. E se così non fosse, non avrà comunque importanza. Quando cade la pretesa che l’altro cambi, si è liberi. Occorre ricordarsi del libero arbitrio e lasciare che l’altro sia ciò che vuol essere. Forse la mamma ha bisogno dei suoi tempi per fare i suoi passaggi. Se siamo veramente guariti dentro, prima o poi arriverà anche da fuori quel riavvicinamento autentico fatto di amore puro, che abbiamo tanto atteso.
E’ importante ricordare che spesso ciò è preceduto da fasi intermedie che possono anche portare a distanziarsi di più. Per esempio, ci si telefona meno frequentemente, o si decide di trascorrere Natale ognuno a casa propria. Bene così, non bisogna allarmarsi né biasimare o cadere nel giudizio immaginando di non aver risolto niente. Questi cambiamenti nel ritmo della relazione sono necessari per togliere di mezzo vecchi fardelli e abitudini deleterie perché basate sul passato. Affidiamoci, lasciamo fluire. Curiamoci di portare avanti l’integrazione del bambino interiore. Interiorizziamoci. Il resto verrà da sé quando meno ce l’aspettiamo. Ricordiamoci che nostra madre è lì, che aspetta solo di darci la sua benedizione. Anche se in passato ci ha fatto pesare le nostre scelte, gravandoci delle sue aspettative, in realtà ciò che ha maggiormente a cuore è vederci felici, e ciò accade quando siamo guariti dentro. E’ una festa silenziosa alla quale anche lei partecipa.
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di Renata Rosa Dwija Ughini
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