> La Sostenibile presenza dell'essere
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“Chi sono io? ” è una pratica assai antica: la troviamo nell'antica India, dove era conosciuta come “advaita”.
“Conosci te stesso” è l’invito che Socrate rivolgeva a quelli che andavano da lui.
Nello Zen, “Chi sono io?” è il Koan, o domanda esistenziale, che permette di vedere la vera natura.
Maestri del nostro tempo, come Nisargadhatta Maharaj, Ramana Maharshi, Charles Berner, usano la domanda “Chi sei tu?” per indirizzare la persona verso se stessa.

Che cosa intendono? Che non sappiamo chi siamo?
O che pensiamo di essere qualcosa di diverso da quello che siamo veramente?

infanzia e condizionamenti
Vero è che molti di noi si identificano con dei tratti caratteriali osservati nel quotidiano; “Io sono fatto così” è una frase comune.
All'inizio di questo processo, la prima cosa che incontriamo sarà molto probabilmente chi crediamo di essere; siamo identificati con il nostro nome, lavoro, l'essere padre, madre, figli, intelligenti, stupidi, essere speciali, inferiori, belli, brutti, ecc. ecc..
Ma qui non si pone l’accento su qual è il mio ruolo sociale, su come sono fatto, su come mi comporto, ma su chi è fatto così, su chi si comporta così.

Chi è l’entità, l’anima, il centro di questa presenza che io sono?
Che forma ho, se ne ho una, e dove risiedo nel corpo? Sono nel cuore, nella testa, nella pancia o mi sposto con la mia attenzione?
Perché cambio atteggiamento e espressione in base alle persone che frequento? Sono io che cambio o è la mia personalità, in base ai miei condizionamenti? Perché non posso essere me stesso in ogni situazione?
Come posso sapere cosa voglio, ciò che va bene per me se non so chi sono?

Sia chiaro che indagare sulla propria natura essenziale non ha a che fare con il giudizio sulle proprie azioni e sulla propria vita.
E’ con la mente di uno scienziato e il cuore innocente di un bambino che si intraprende questo affascinante viaggio alla riscoperta di sé.

Un processo di disidentificazione
Quello che è importante comprendere è che noi non possiamo fare niente per essere noi stessi, perchè lo siamo già. Diventare consapevoli di quello che ostruisce il nostro spazio interiore è invece nelle nostre possibilità.
Queste ostruzioni sono idee che noi abbiamo di noi stessi, che con il tempo acquistano solidità.

Chi crediamo di essere è un ologramma proiettato all'interno di noi stessi. Ed il proiettore è la nostra credenza che ciò che vediamo sia reale. Diventare consapevoli di questa identificazione vuol dire vedere la realtà delle cose: noi non siamo l'ologramma, ma ciò che lo contiene. L'identificazione si rompe. E la nostra natura si rivela.

Ogni volta che diventiamo consapevoli di qualcosa che ci separa da noi stessi, siamo allo stesso tempo la nostra natura originaria. Un bagliore di consapevolezza ha l'effetto di un fulmine nella notte: mostra lo spazio primordiale e spazza via ogni ostruzione.

E' facile distinguere se ciò che vediamo è falso, perché la sua durata sarà breve; un momento prima mi sentivo realizzato, un momento dopo mi sento perso.
Solo ciò che è reale non teme il confronto con la domanda perché, non importa quante volte vi si chiederà - Chi sei tu?-, l'essere continuerà spontaneamente a manifestarsi senza la vostra partecipazione, tutto quello che c'è da fare è prenderne atto e comunicarlo.

Che cosa consegui?
Quando reincontriamo noi stessi, si ha l’esperienza di un riconoscimento. Ed in quel riconoscimento la nostra vita acquista un centro e tutto si armonizza. Le cose prendono il verso giusto perché è la percezione diretta di noi stessi che rende facile dare una direzione alla nostra vita; da dove siamo verso dove vogliamo andare. Paradossalmente potremmo scoprire che è la vita stessa a venirci incontro.

Questo si intende quando si dice “ tornare a casa” o “ risiedere nel sé”. E’ scoprire il nostro vero volto, il volto originale, quello che avevamo da bambini e che è ancora con noi. Non ci siamo mai persi: ci siamo solo dimenticati.

L'esperienza viva del conoscere chi si è, è alla portata di chiunque si applichi con impegno nella ricerca.
Per ciascuno è un'esperienza unica, ognuno avrà la sua, con la sua particolare sfumatura. Ciascuno consegue ciò che è alla sua portata in quel momento.

La persistenza, la profondità e l'ampiezza di tale esperienza possono differire da uno all'altro, anche in relazione al proprio personale processo di maturazione, ma qui non siamo in un contesto dove si possono fare paragoni, o dare valutazioni.
Ciò che durante o al termine del gruppo una persona sperimenterà come “sè”, sarà appagante e vero in quanto tale.

Essere se stessi nelle relazioni con gli altri
“La sostenibile presenza dell'essere” è un profondissimo lavoro di ecologia interiore: ci si occupa solo di ciò che accade dentro di noi, il focus di questo lavoro è guardare dentro.
Una volta che i conflitti vengono risolti nella realtà interiore, si comprende chiaramente come il mondo esteriore sia un riflesso di quello interiore.

“La sostenibile Presenza dell'Essere” non si occupa direttamente delle relazioni, tuttavia apre a una radicale rifondazione dei rapporti interpersonali.

Il primo effetto è l'imparare a stare centrati su di sé nella comunicazione con l'altro.
Spesso, nella vita di tutti i giorni, parliamo di tutto e di tutti, tranne che di noi stessi.
A parole, diciamo di voler imparare ad amare noi stessi, ma nei fatti ci facciamo sviare, e il risultato poi è che cadiamo nuovamente nell'errore di aspettarci quell'amore dall'esterno...
In questo processo, chiedersi “Chi sono io?”, andare alla ricerca di sé, equivale al darsi attenzione, ne consegue che con ciò si impara la base dell'amore per se stessi: dare attenzione a se stessi.
L'energia segue l'attenzione, e qui si ha l'occasione giusta per riportare a sé quell'attenzione che normalmente è sparsa ai quattro venti.


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